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L'AI è una bolla? Cosa dicono davvero i dati e le ricerche (e cosa conviene fare a una piccola azienda)
Investimenti record nei data center, progetti aziendali che non rendono, sviluppatori più lenti con l'AI: cosa dicono gli studi di MIT, METR, Stanford, Istat e delle banche d'affari, e come usare l'AI senza dipendere da come finirà la bolla.
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«L'intelligenza artificiale è una bolla?» È una delle domande più cercate dell'anno, e le risposte che si trovano sono quasi sempre di tifo: o «cambierà tutto» o «è tutta fuffa». Ho messo in fila i dati e le ricerche più citate, con i loro limiti, e cosa significano per chi ha un'azienda e deve decidere se e come usare l'AI.
La risposta breve: gli investimenti hanno molti segnali da bolla, l'uso reale no. E le due cose possono essere vere insieme.
Cos'è una bolla (e cosa non è)
Una bolla non vuol dire che la tecnologia sia finta. Vuol dire che i prezzi e gli investimenti corrono più in fretta dei guadagni che quella tecnologia può produrre nei tempi attesi.
L'esempio classico è internet. Tra il 2000 e il 2002 il Nasdaq perse circa il 78% e molte aziende sparirono. Ma internet non sparì: le infrastrutture costruite in quegli anni (fibra, data center) furono usate per i vent'anni successivi da chi è rimasto. Lo stesso era successo con le ferrovie inglesi a metà Ottocento. La domanda giusta quindi non è «l'AI è vera?», ma «chi sta pagando troppo, e per cosa?».
I numeri dell'investimento
Le grandi aziende del cloud (Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta e poche altre) stanno spendendo cifre senza precedenti in data center e chip:
| Stima per il 2026 | Fonte |
|---|---|
| circa 600 miliardi di dollari (prime cinque aziende) | CreditSights |
| circa 765 miliardi, oltre 1.000 miliardi nel 2027 | Goldman Sachs |
| circa 1.000 miliardi | UBS |
Le stime cambiano molto a seconda di chi conta e quando, ma la direzione è chiara: più del doppio del 2024.
I segnali che preoccupano gli analisti:
- Spesa più alta dei ricavi del cloud. Secondo UBS, nel 2026 Amazon, Alphabet e Microsoft spendono in investimenti circa il 102% di quanto incassano dal cloud.
- Flussi di cassa negativi e debito. S&P prevede flussi di cassa operativi liberi negativi per i sei più grandi nel 2026 e 2027; Morgan Stanley stima oltre 400 miliardi di nuove emissioni di debito.
- Accordi circolari. Produttori di chip che investono nelle aziende di AI che poi usano quei soldi per comprare i loro chip: i ricavi crescono, ma una parte gira in cerchio.
- Lo dicono anche i protagonisti. Ad agosto 2025 Sam Altman, CEO di OpenAI, ha detto di pensare che gli investitori siano complessivamente «troppo entusiasti» dell'AI.
L'argomento contrario, sostenuto per esempio da Goldman Sachs: gli investimenti in AI valgono circa lo 0,8% del PIL americano, mentre i grandi boom tecnologici degli ultimi 150 anni sono arrivati all'1,5% o oltre. Secondo questa lettura il limite arriverà dalla mancanza di chip ed energia, più che dai bilanci.
Le ricerche che fanno riflettere
MIT: il 95% dei progetti non rende (ma leggete bene)
Il rapporto «The GenAI Divide» del progetto NANDA del MIT (2025) è la fonte del dato che ha fatto il giro del mondo: il 95% delle organizzazioni studiate non ha visto ritorni misurabili dai progetti di AI generativa. Tre dettagli che i titoli tralasciano:
- era un rapporto preliminare, basato su interviste, sondaggi e analisi di progetti pubblici, non una misura su tutto il mercato;
- secondo gli autori il problema non è la qualità dei modelli ma come vengono usati: strumenti generici che non si adattano ai processi dell'azienda;
- più della metà dei budget va a vendite e marketing, mentre i ritorni migliori arrivano dal back office (amministrazione, documenti, processi interni).
METR: con l'AI più lenti, ma convinti di essere più veloci
È lo studio che mi ha colpito di più. METR ha fatto un esperimento controllato con 16 sviluppatori esperti al lavoro sui loro progetti reali: ogni compito veniva assegnato a caso «con AI» o «senza AI». Risultato: con l'AI ci mettevano il 19% in più. Prima di iniziare si aspettavano di essere il 24% più veloci, e alla fine pensavano ancora di esserlo stati del 20%.
Anche qui i limiti contano: pochi partecipanti, strumenti dei primi mesi del 2025, progetti grandi e complessi. Gli stessi ricercatori chiedono di non generalizzare. La lezione però è preziosa: la sensazione di risparmiare tempo non è una misura.
I segnali che non sono bolla: l'uso reale
- Adozione. Secondo l'AI Index 2026 di Stanford l'88% delle organizzazioni intervistate usa l'AI, e circa metà della popolazione usa strumenti di AI generativa: una diffusione più rapida di quella del personal computer e di internet.
- Costi in picchiata. Nell'AI Index 2025 Stanford aveva misurato che il costo per usare un modello del livello di GPT-3.5 era sceso di oltre 280 volte tra fine 2022 e fine 2024. Quello che due anni fa era un progetto costoso oggi può costare pochi euro al mese.
- In Italia. Secondo Istat, nel 2025 usa almeno una tecnologia di AI il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti, il doppio dell'anno prima (8,2%). Ma il divario è enorme: 53,1% nelle grandi imprese, 15,7% nelle PMI. La media europea è circa il 20% (Eurostat).
- Lavoro. Lo stesso AI Index segnala un calo dell'occupazione tra i giovani all'inizio della carriera nei ruoli più esposti (sviluppo software, assistenza clienti), mentre i profili esperti tengono. È un effetto reale, non da bolla.
Cosa significa per una piccola azienda
Se scoppia la bolla, a perdere sono soprattutto chi ha investito miliardi in infrastrutture e chi ha comprato azioni a prezzi alti. Gli strumenti non spariscono: modelli che funzionano oggi continueranno a funzionare, e probabilmente costeranno ancora meno. Per una PMI il rischio vero non è la bolla: è spendere in progetti che non rendono, proprio come il 95% del MIT. Ecco come lo evito nei progetti che faccio:
- Parti da un processo, non dallo strumento. «Ricopiamo 100 fatture al mese» è un buon punto di partenza; «vogliamo usare l'AI» no. I ritorni migliori, dice anche il MIT, sono nel back office.
- Misura prima e dopo. La lezione di METR: cronometra quanto ci vuole oggi e quanto ci vuole con l'AI. Senza numeri, anche gli esperti si sbagliano.
- Integra, non aggiungere una chat. L'AI rende quando lavora dentro i tuoi dati e i tuoi strumenti (il gestionale, i documenti, la posta) e ogni azione resta visibile. È quello che ho fatto con Aria, l'assistente vocale del gestionale di magazzino.
- Non legarti a un solo fornitore. Tieni i dati nei tuoi sistemi e fai in modo che il modello si possa cambiare. Se un fornitore alza i prezzi o chiude, cambi motore, non progetto.
- Spesa piccola e reversibile. Un progetto di prova di poche settimane, con un obiettivo misurabile, vale più di un grande piano annuale.
In sintesi
- Gli investimenti hanno caratteristiche da bolla: crescita più veloce dei ricavi, debito, accordi circolari.
- L'uso cresce davvero e i costi scendono: la tecnologia resterà anche se i prezzi in Borsa si sgonfiano.
- Le ricerche dicono che il problema è quasi sempre come si usa l'AI, non l'AI in sé.
- Per una piccola azienda la strategia sensata è la stessa con o senza bolla: processi concreti, misure vere, dati tuoi, spese reversibili.
Se vuoi capire se nella tua azienda c'è un processo dove l'AI può far risparmiare tempo davvero (e misurarlo), scrivimi.
Fonti
- Goldman Sachs: perché le aziende di AI potrebbero investire oltre 500 miliardi nel 2026
- CreditSights: stime degli investimenti degli hyperscaler per il 2026
- Yahoo Finance: gli hyperscaler spendono il 102% dei ricavi cloud in investimenti (stima UBS)
- Fortune: il rapporto del MIT sul 95% dei progetti di AI generativa
- DX: lo studio METR sulla produttività degli sviluppatori
- Stanford HAI: AI Index
- Assolombarda: utilizzo dell'intelligenza artificiale nelle imprese (dati Istat)
- Orizzonte Scuola: i dati Eurostat sull'AI nelle imprese europee